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LEDHAInforma Mediateca - Aprile 2026
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Cinema e disabilità: storie da scoprire e riscoprire
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Quello tra LEDHA e il cinema è un rapporto che dura da decenni. La federazione è stata fondata nel 1979 e appena tre anni dopo ha organizzato “Lo sguardo degli altri”, la prima rassegna cinematografica in Italia dedicata alla disabilità.
I fondatori di LEDHA hanno capito subito che la rappresentazione della disabilità è un tema importante, almeno quanto l’impegno per l’abbattimento delle barriere architettoniche e per la tutela dei diritti delle persone con disabilità. In questo senso il cinema era (ed è ancora) uno degli strumenti più potenti per definire l’immaginario collettivo. Ci sono casi molto noti (su tutti "Rain man" o "Forrest Gump") ma anche tanti film poco conosciuti al grande pubblico che parlano di disabilità.
Molti li potete trovare nella Mediateca LEDHA, un servizio di raccolta e prestito di materiale audiovisivo, multimediale e letterario dedicato alla disabilità. Il lavoro di raccolta è iniziato già nei primi anni Ottanta e oggi la Mediateca custodisce un patrimonio di circa 450 opere tra libri, film e altri materiali audiovisivi
Abbiamo pensato a questa newsletter per far conoscere questo patrimonio e al tempo stesso per alimentare il dibattito sulla rappresentazione della disabilità. Ma c'è anche una seconda ragione: ogni volta che esce un film sulla disabilità se ne parla come se fosse una novità assoluta. In realtà non è così. Il cinema racconta la disabilità fin dai suoi inizi: già nel 1932 usciva un film come "Freaks", che è ancora oggi un riferimento imprescindibile. Più che stupirci del fatto che il cinema parli di disabilità, dovremmo interrogarci su come lo fa: quali storie sceglie di raccontare, da quale punto di vista e con quali conseguenze sull’immaginario collettivo.
Lo faremo con un duplice sguardo: da un lato approfondendo i film e i libri a nostro avviso più significative della Mediateca con una recensione a cura di Donata Scannavini, dall'altro segnalando le novità e le ultime uscite più significative aprendo anche alle serie tv disponibili sulle principali piattaforme di streaming.
Buona lettura a buona visione.
Matteo Schianchi, responsabile della Mediateca LEDHA
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🎦 "Un sapore di ruggine e ossa"
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In “Un sapore di ruggine e ossa” si incontrano diverse fragilità. Quelle di Ali, un padre separato con un figlio ancora bambino che non riesce a gestire, se non ricorrendo all’aiuto della sorella e del cognato. C’è in quest’uomo una povertà non solo economica, ma anche culturale ed emotiva. Non riesce ad assumersi le proprie responsabilità e vive di espedienti. E poi ci sono le fragilità di Stephanie, una giovane con una situazione sentimentale complicata, che ha perso le gambe a causa di un incidente durante uno spettacolo con le orche che addestra.
La disabilità ha posto alla donna delle limitazioni, la fa soffrire, ma la storia mostra come ci siano problemi, forse anche disabilità ben più serie di quella fisica. Il vero “disabile” di questa storia è l’uomo che non riesce a costruire relazioni affettive sane né come padre, né come fratello né come compagno. Il riscatto però è sempre possibile: Alì dovrà toccare il fondo, tradire la sorella, rimanere solo, rischiare di perdere il figlio, per capire ciò che davvero conta nella vita.
Nel momento più tragico, in cui la vita del suo bambino è in pericolo, Ali riesce a dire a Stephanie: “Ho bisogno di te, ti amo”. È il punto di svolta della loro relazione. Che fino a quel momento, almeno da parte di Ali, non era stata nulla di più che una storia di amicizia e sesso e che probabilmente non avrebbe avuto futuro. In quel momento, invece, l’uomo scopre di avere bisogno di
qualcosa in più; il film non lo racconta in modo esplicito, ma tutto lascia supporre che per tutti inizi una nuova vita.
La visione di “Un sapore di ruggine e ossa” lascia una domanda: è stato Ali ad aiutare Stephanie o viceversa? Forse la risposta più vera è che si sono aiutati reciprocamente a trovare un equilibrio che li facesse star bene
insieme.
"Un sapore di ruggine e ossa" (De rouille et d'os) è un film del 2012 diretto da Jacques Audiard con Marillon Cotillard nei panni di Stephanie.
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“Le libere donne” è una serie televisiva ambientata nell’ex ospedale psichiatrico di Magliano (Lucca) nei primi anni ’40 del Novecento che narra la vicenda del dottor Tobino, psichiatra “illuminato”, quasi un precursore di Basaglia, e di alcune donne ricoverate nella struttura. È una storia di fragilità, di stigma e prevaricazione, ma anche di coraggio e volontà di cambiare le cose in un’Italia dove opporsi al potere poteva significare anche la morte.
A cinquant’anni dalla Legge Basaglia (Legge 180/1978) la serie ci ricorda innanzitutto l’esistenza nel nostro Paese di luoghi “di cura” dove le persone ricoverate venivano considerate solo soggetti da contenere e privati di dignità e diritti.
Se a questa visione della malattia mentale aggiungiamo il fatto che le protagoniste sono donne, che a quei tempi raramente potevano decidere del proprio destino, capiamo che siamo di fronte a una narrazione di donne prevaricate, abusate, segregate.
Il rischio qui è di pensare che si tratti di una storia passata. Che grazie a persone come il dottor Tobino la realtà sia cambiata, per cui la visione di fiction del genere serve solo a far conoscere il passato. Purtroppo la realtà ci dice che non è così, che il rischio di regressione e di perdita di conquiste che diamo per scontate è sempre in agguato.
Oggi è importante mantenere alta l’attenzione. Tutelare la dignità di ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione psicofisica o sociale, e garantire, per quanto possibile, il diritto all’autodeterminazione restano obiettivi fondamentali, necessari per non arretrare nella tutela dei diritti di tutti.
"Le libere donne", di Michele Soavi con Lino Guanciale è disponibile sulla piattaforma RaiPlay
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📖 "Non volevo morire vergine"
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Barbara, una ragazza di quindici anni, piena di vita si ritrova tetraplegica a causa di un incidente. Il suo corpo non le appartiene più: ciò che desidera, pensa, vorrebbe fare non corrisponde più alle sue possibilità fisiche. Forte è la tentazione di chiudersi in se stessa, di vivere di ricordi di ciò che è stato e non potrà più essere, rinunciando ad affrontare il presente e a cercare nuove opportunità. Grazie anche all’aiuto di coloro che le sono vicini, Barbara riuscirà a superare questo periodo di chiusura, rimettendosi in gioco anche come donna, per scoprirsi capace di dare e ricevere piacere e infine di amare.
Questo racconto autobiografico mostra come spesso siano le stesse persone con disabilità a non concedersi la possibilità di osare, pensando che certi traguardi siano per loro irraggiungibili. E solo quando si convincono che possono provare a essere e fare ciò che desiderano, scoprono in se stesse delle potenzialità inattese.
Emblematica in tal senso è la risposta di Sergio, uno dei corteggiatori di Barbara, alla domanda: “Ma prima dove eravate tutti?”. Lui le risponde: “Noi ci siamo sempre stati, eri tu che non c’eri”. Barbara ha dovuto fare un percorso di accettazione per uscire dal guscio in cui si era rifugiata dopo l’incidente e scoprire un nuovo modo di essere donna. Ma prima ancora, si è dovuta concedere la possibilità di esserlo, in senso pieno, con e nonostante un corpo che non corrispondeva più a ciò che lei voleva e sentiva.
Inevitabile riflettere anche sulla differenza del percorso di accettazione che una persona con una disabilità acquisita deve fare rispetto a chi nasce e affronta tutta la vita con una disabilità. Sono due percorsi diversi, non necessariamente l’uno più facile o difficile dell’altro: per chi nasce con una disabilità, non c’è un prima da rimpiangere, ma neanche da cui poter attingere come esperienza pregressa. Viceversa chi diventa disabile a un certo punto della sua vita, come Barbara ha sempre la nostalgia del prima, di ciò che è stato quindi forse un maggior carico emotivo da affrontare e superare. Ma anche un bagaglio di esperienze cui attingere, adattandole alla nuova condizione di vita.
“Non volevo morire vergine”, è un libro da leggere e soprattutto da consigliare a quelle donne con disabilità che non riescono a emanciparsi dai condizionamenti esterni, di qualunque natura siano, e che non osano pensare che un’altra condizione di vita per loro sia possibile.
"Non volevo morire vergine", Barbara Garlaschelli, Piemme, 2024
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Dal 13 al 15 aprile Wanted Cinema porta nelle sale
"Il figlio più bello", un documentario che racconta oltre quarant’anni di vita familiare, seguendo il rapporto tra un padre e un figlio con disturbo dello spettro autistico, tra difficoltà, trasformazioni e percorsi di autonomia. Un racconto che apre a una riflessione su genitorialità, crescita e rappresentazione della disabilità.
A Milano l'appuntamento è per martedì 14 aprile alle ore 19.30 all'Ariosto SpazioCinema. Intervengono il regista Giovanni Piperno e Stefano Rulli.
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