LEDHAInforma Mediateca - Settembre 2026 |
Li conosciamo tutti, anche chi non li ha mai visti davvero.
Ma che cosa hanno ancora da dirci tre film che parlano di disabilità?
La Mediateca LEDHA li rivede. In tutti i sensi
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“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”. Questa citazione di Italo Calvino presa dal saggio “Perché leggere i classici” offre un ottimo spunto di partenza per riflettere anche sul cinema e in particolare nel suo rapporto con la disabilità.
Che cosa hanno ancora da dirci quei film che conosciamo tutti, anche chi non li ha mai visti? Ma soprattutto: che cos’è un classico? Un film può diventare un classico per ragioni diverse. "Qualcuno volò sul nido del cuculo" (1975) lo è perché ha posto in modo dirompente domande che il grande schermo fino a quel momento aveva appena sfiorato: che cos'è un'istituzione totale? Chi decide chi è "matto"? E, che cosa resta della libertà dietro le mura di un manicomio?
"Rain Man" (1988) è un classico perché ha segnato un punto di svolta. Di autismo il cinema aveva già parlato, ma mai in quel modo: con un grande studio di Hollywood e due star come Dustin Hoffman e Tom Cruise. Per molti spettatori fu la prima occasione per sentir pronunciare quella parola. "Buon compleanno Mr. Grape" (1993) è un classico perché ha portato la disabilità dentro una casa qualunque, in una cittadina qualunque, lontano dagli istituti e dai talenti straordinari.
Un classico, però, non è un monumento. Rivedere oggi un film a cui abbiamo applicato questa etichetta può significare anche accorgersi di quanto è invecchiato. E i film, a differenza dei buoni vini, talvolta invecchiano male.
La rappresentazione dell’autismo in “Rain Man” è forse l’esempio più lampante. Molte scelte narrative che alla fine degli anni Ottanta sono servite a costruire una trama accattivante oggi appaiono per quelle che sono: espedienti che hanno alimentato stereotipi duri a morire.
C’è poi una seconda domanda da porsi: di chi ci parlano, davvero, quei film? Al cinema raccontare significa quasi sempre mostrare un cambiamento: un personaggio parte da un punto e arriva altrove, lungo quello che gli sceneggiatori chiamano arco narrativo. Per rivedere questi classici con occhi nuovi basta allora una domanda semplice, da tenere a mente fino ai titoli di coda: chi è cambiato, dall'inizio alla fine del film? Raymond o Charlie. GIlbert o Arnie?
Buona visione e buona lettura
Matteo Schianchi, responsabile della Mediateca LEDHA
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🎦 "Qualcuno volò sul nido del cuculo".
Quando la cura diventa controllo |
“Qualcuno volò sul nido del cuculo” uscito nelle sale nel 1975, è un classico sul tema della malattia mentale. Arriva in un momento di svolta: proprio in quegli anni l'approccio alla cura psichiatrica veniva messo in discussione ed era destinato a una profonda rivoluzione. In Italia, ad esempio, la "Legge Basaglia", che nel 1978 avrebbe portato alla chiusura dei manicomi, era a un passo.
È un film crudo, che di quel cambiamento mostra solo i primi segnali: i tentativi di terapia di gruppo, lo sforzo di costruire un minimo di relazione tra medici e pazienti. Ma siamo ancora lontani da ogni idea di empatia e di collaborazione fiduciosa tra chi cura e chi è curato. Prevale la logica del contenimento e della rigidità delle regole, nella convinzione che solo queste possano garantire sicurezza e benessere alle persone trattenute.
Nel film, chi cura sa cosa sia bene per i pazienti e anche per se stesso: una prassi di lavoro consolidata, del resto, è sempre fonte di tranquillità. E quando qualcuno prova a incrinare quell'ordine, l'istituzione non esita a ricorrere ai mezzi più estremi: prima l'elettroshock, poi la lobotomia.
“Qualcuno volò sul nido del cuculo” racconta un approccio alla malattia mentale ormai superato. Ma merita ugualmente di essere visto o rivisto perché costituisce la memoria storica, la testimonianza del cammino che è stato fatto per giungere a un approccio sempre più umanizzante della cura, dove al centro ci sia la persona con i suoi bisogni e desideri. Ed è un monito a non ricadere negli errori del passato, perché nemmeno oggi possiamo sentirci al riparo da visioni obsolete, che in forme magari inedite possono insidiare ancora oggi il lavoro di chi sta accanto alla fragilità.
Un film da rivedere per riflettere sull’oggi e sui pregiudizi che ancora oggi circondano il tema della salute mentale. Anche se mutano i contesti, se certe situazioni e condizioni di vita sono ormai superate, c’è sempre il pericolo di ricadere almeno in parte nei vecchi schemi, di non mettere sempre al primo posto la persona e il suo valore, privilegiando ancora logiche assistenzialiste e svilenti la persona stessa.
"Qualcuno volò sul nido del cuculo", di Miloš Forman. Il film è disponibile su YouTube e presso la Mediateca LEDHA.
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“Qualcuno volò sul nido del cuculo” ha fatto l'en plein agli Oscar del 1976: miglior film, miglior regia (Miloš Forman), miglior attore protagonista (Jack Nicholson), miglior attrice protagonista (Louise Fletcher) e miglior sceneggiatura non originale.
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🎦 "Buon compleanno Mr. Grape"
Il peso del lavoro di cura
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Probabilmente è il film meno noto dei tre che abbiamo scelto per questa newsletter, merita quindi una breve sintesi della trama. Siamo a Endora, un piccolo paese dell'Iowa dove sembra non succedere mai niente. Qui vive la famiglia Grape: Bonnie, la madre, da anni non esce di casa e passa le giornate sul divano; Amy, la figlia maggiore, manda avanti la casa. Ellen è un'adolescente insofferente. Arnie, il più piccolo, che ha una disabilità cognitiva. E poi c'è Gilbert, giovane commesso in un negozio di alimentari che tiene insieme tutto: sorveglia Arnie, lo recupera ogni volta che si arrampica sulla torre dell'acqua, lo protegge dagli sguardi del paese. Per sé non ha progetti, o non si concede di averne.
Per molti aspetti il film (uscito nel 1993) è certamente datato, ma mette bene in luce la complessità dei rapporti all’interno delle famiglie in cui è presente una persona con disabilità, con un’attenzione particolare al rapporto tra fratelli. Soprattutto, il film descrive le difficoltà cui queste famiglie devono fare fronte, se non vengono supportate in modo adeguato. La cronaca recente ci presenta esempi drammatici in questo senso.
"Buon compleanno Mr. Grape" racconta la cura quotidiana che tanti genitori, fratelli e sorelle garantiscono ai propri familiari: un'attenzione costante, fatta di rinunce e di vite messe tra parentesi. Il film non trasforma Gilbert in un eroe, ma ne mostra la stanchezza, la frustrazione, i progetti che non si concede di avere.
Intorno ai Grape, del resto, non c'è nessuno. Non ci sono servizi né reti di sostegno, solo un paese che osserva da lontano e sbircia dalla finestra. Ed è qui che il film pone la domanda più scomoda: quanto è giusto che il peso della cura ricada tutto su una famiglia? E quante situazioni come questa, come società prima ancora che come singoli, continuiamo a non vedere?
"Buon compleanno Mr. Grape" con Johnny Depp e Leonardo DiCaprio.
Il film è disponibile su YouTube e presso la Mediateca LEDHA.
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“Qualcuno volò sul nido del cuculo” ha fatto l'en plein agli Oscar del 1976: miglior film, miglior regia (Miloš Forman), miglior attore protagonista (Jack Nicholson), miglior attrice protagonista (Louise Fletcher) e miglior sceneggiatura non originale.
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🎦 "Rain Man". Chi conta davvero?
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"Rain Man" è un film che non ha bisogno di presentazioni. Dustin Hoffman interpreta Raymond, un uomo capace di contare con un solo sguardo i 246 stuzzicadenti caduti a terra, ma che non sa quanto costi una barretta di cioccolato. Proprio questa immagine, il genio dei numeri che non se la cava nella vita di tutti i giorni, è diventata per decenni il filtro con cui il grande pubblico ha guardato all'autismo.
Riguardare oggi questo film è problematico, proprio per il racconto stereotipato che fa dell’autismo, ma offre comunque uno spunto di riflessione su come -ancora oggi- vivono tante persone con disabilità: Raymond, nel film, non decide mai nulla. È il padre a stabilire che debba vivere in un istituto, ed è l'istituto a scandire ogni giorno i ritmi della sua vita. Poi il fratello Charlie (Tom Cruise) lo porta via e chiede di ottenerne la custodia, all'inizio per recuperare l'eredità, anche se con il tempo il calcolo lascia spazio all'affetto.
Alla fine, davanti a uno psichiatra, arriva l'unico momento in cui qualcuno chiede a Raymond che cosa vuole. Ma è una domanda posta nel modo peggiore: in una stanza piena di estranei, senza alcun supporto per capire e per scegliere. Raymond si agita, non riesce a rispondere, e proprio quel fallimento diventa la prova che non è in grado di decidere per sé. Torna in istituto, tra persone che sanno che cosa è meglio per lui.
Sono passati quasi quarant'anni, ma questa dinamica è tutt'altro che superata. Alle persone con disabilità intellettiva o con autismo succede ancora, ogni giorno, che qualcuno scelga al posto loro. Succede sulle grandi questioni: dove e con chi vivere, se e dove lavorare, come usare i propri soldi. E succede, forse ancora più spesso, su quelle piccole: che cosa indossare, cosa mangiare, a che ora andare a letto, se uscire la sera.
"Rain Man", di con Dustin Hoffman e Tom Cruise. Il film è disponibile su YouTube e presso la Mediateca LEDHA.
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In Italia i titoli dei film stranieri hanno spesso vita propria. Nella distribuzione italiana "Rain Man" è stato accompagnato dal sottotitolo "L'uomo della pioggia", suggestivo ma privo di senso. Il titolo originale nasce infatti da un ricordo d'infanzia di Charlie: da piccolo, non riuscendo a pronunciare il nome del fratello Raymond, lo chiamava "Rain Man". Un gioco di parole che in italiano non si è riusciti a rendere.
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Le radici italiane della lotta per l'inclusione |
Enrichetta Alimena ricostruisce il movimento delle persone con disabilità motorie negli anni Settanta, fino alla legge del 1977 sull'inserimento scolastico.
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