LEDHAInforma Mediateca - Maggio 2026 |
Perché vedere (o rivedere) "Freaks".
E altre storie sul corpo delle persone con disabilità
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Quando "Freaks" uscì nelle sale cinematografiche, il 20 febbraio 1932, fu un disastro. La stampa lo fece a pezzi: sgradevole, repellente, roba per morbosi. In Gran Bretagna fu vietato per trent'anni. Il flop mise fine alla carriera del regista Tod Browning. Eppure oggi "Freaks" è considerato un film cult, conservato dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti tra i film da preservare per sempre.
Vale la pena chiedersi perché, all'epoca, fece così scandalo. La risposta non è quella che ci si aspetta. Non scandalizzò perché mostrava corpi non conformi: all'inizio degli anni Trenta i "freak show" erano una forma di intrattenimento normale e redditizio. Il vero trauma fu un altro. Browning scelse di usare veri "fenomeni da baraccone" (dalle gemelle siamesi all'uomo senza gambe) raccontando le loro vite quotidiane, non le loro esibizioni su un palco. Li riprese mentre mangiavano, litigavano, si innamoravano. Un'attrice senza braccia non interpretava un personaggio: era lei, e versava il vino con i piedi perché era quello che faceva ogni giorno.
Ma c'è una seconda ragione per cui il film disturbò, e questa ci riguarda ancora oggi. Lo scandalo vero era la domanda che poneva agli spettatori: con chi vi identificate? La trama rovescia ogni aspettativa: i mostri sono la bella trapezista e il suo amante, pronti a uccidere per denaro. Mentre i freaks sono solidali, leali, capaci di amare. Il pubblico si trovava in una trappola emotiva: non poteva stare coi "mostri" che gli assomigliavano, perché erano i veri malvagi. E non era pronto ad accettare l'identificazione con chi aveva sempre imparato a guardare da lontano, al sicuro, separato da un palcoscenico.
Quanto siamo disposti a concedere alle persone con disabilità che non siano il personaggio che ci aspettiamo debbano essere? Guardare "Freaks" oggi serve anche a capire di quanto, e in che direzione, le cose siano cambiate.
Buona visione e buona lettura
Matteo Schianchi, responsabile della Mediateca LEDHA
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🎦 "Freaks" e il racconto dei "mostri" |
I protagonisti di "Freaks" (1932) sono persone con deformità fisica, all'epoca considerati fenomeni da baraccone che si esibivano nei circhi o nei cosiddetti "freak show". La storia, ambientata proprio in un circo, narra la vicenda di Hans, un uomo ricco e affetto da nanismo, che lascia la fidanzata (Frida, una donna con la sua stessa condizione) per sposare la bella Cleopatra, interessata però solo al suo denaro.
Proprio per riuscire a impossessarsi del patrimonio del marito, Cleopatra e il suo amante progettano di avvelenare Hans, che si salva solo grazie all'intuito di Frida e all'aiuto degli altri freaks. Che per vendetta, deturperanno in modo orribile Cleopatra, che continuerà a esibirsi nel circo come "donna gallina".
L’ambientazione inquietante l’ha reso uno dei cult del genere horror. Ma "Freaks" è molto più di questo. La prima morale che se ne trae è che i veri mostri non sono coloro che hanno il fisico deturpato, ma chi progetta azioni criminali a loro danno, approfittando del loro bisogno d’amore.
E poi c'è il tema della rappresentazione. Il film racconta come, negli Stati Uniti degli anni Trenta, venivano considerate e trattate le persone che avevano determinate disabilità: fenomeni da baraccone da esibire al circo e probabilmente anche loro si consideravano tali o comunque non avevano altra alternativa.
Anche qui, come nella serie tv "Libere donne" (leggi qui la recensione), il rischio è quello di pensare che si tratti di un passato ormai superato, che non ha più nulla a che fare con noi. Ed è innegabile che la cultura e la sensibilità di oggi verso le persone con disabilità - come la Convenzione ONU ci ha insegnato a chiamarle - siano lontane anni luce da quel modo di pensare e di agire. Eppure questo non basta per sentirsi al sicuro. La cronaca ce lo ricorda spesso: il rischio di regressione è reale, gli abusi esistono, e la dignità delle persone con disabilità non può mai essere data per scontata.
Vedere un film come "Freaks" - che provoca emozioni forti e riporta a galla modi di pensare che troppo facilmente riteniamo archiviati - è utile proprio per questo: per non abbassare mai la guardia. Per pretendere che l'asticella del rispetto dovuto a ogni persona non scenda mai, ma salga sempre di più.
"Fraks" è un film del 1932 diretto da Tod Browning. Lo potete trovare alla Mediateca di LEDHA.
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La scena del calice è il cuore di "Freaks": i protagonisti accolgono Cleopatra nella loro comunità con un rito collettivo. Lei risponde con disgusto. In un solo momento, il film rovescia la domanda: chi è davvero il mostro?
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📺 "Crip camp" il corpo che prende parola |
C'è una scena, nella prima mezz'ora di "Crip Camp" (Newnham e LeBrecht, 2020), che vale più di molte dichiarazioni di intenti: una ragazza con spasticità parla di sé davanti alla telecamera. Non viene sottotitolata, non viene "tradotta". Le viene lasciato il tempo. È il gesto più radicale del film, perché restituisce al corpo disabile la sua voce senza chiedere che si conformi a uno standard.
Il documentario (prodotto dai coniugi Obama) racconta Camp Jened, un campeggio estivo per giovani con disabilità negli anni Settanta, e la traiettoria politica che da quell'esperienza ha portato alle prime grandi leggi antidiscriminazione negli Stati Uniti. Il materiale d'archivio si intreccia con le voci attuali di chi quelle estati le ha vissute e poi quelle piazze le ha riempite.
Camp Jened funziona nel film come una soglia: uno spazio eccezionale dove i corpi disabili scoprono sessualità, amicizia, desiderio. Tutto ciò che fuori veniva sistematicamente negato. Da questa scoperta nasce la coscienza politica. Il corpo che ha imparato a stare nel mondo non accetta più di essere confinato. Diventa corpo politico.
Eppure "Crip Camp" sceglie, e alcune di quelle scelte definiscono i confini di quali corpi possono davvero diventare politici. I protagonisti sono per lo più persone con disabilità fisico-motorie che riescono a una vita "ordinaria": lavoro, matrimonio, carriera. È una storia di integrazione riuscita. Ma lascia fuori chi ha disabilità intellettive o psichiche, chi non può o non vuole conformarsi alla norma della produttività, chi ha bisogni meno narrativizzabili.
La domanda che il film non pone è la più interessante: quali corpi hanno diritto di diventare politici? Solo quelli che possono salire le scale, anche trascinandosi? "Crip Camp" commuove e informa, vale la pena vederlo e soprattutto discuterne, proprio perché i suoi limiti dicono qualcosa di preciso su quali corpi il cinema, anche quello ben intenzionato, è ancora disposto ad accogliere.
"Crip Camp", Nicole Newnham, Jim LeBrecht è un documentario prodotto da Barack e Michelle Obama. Si può guardare su Netflix oppure a questo link.
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📖 "Bianco è il colore del danno" |
Francesca Mannocchi è una giornalista che lavora anche in zone di guerra, firma reportage per il quotidiano “La Stampa” e per “Sky News”. Da poco è anche diventata mamma di Pietro. Si trova in una camera d’albergo di Palermo, in trasferta per un lavoro, quando ha la prima avvisaglia della malattia: svegliandosi una mattina, non sente più il lato destro del proprio corpo.
Inizia così un lungo periodo fatto di visite, paura, incredulità, tentativi di estraniarsi da una realtà che -pensa- non può essere la propria, non può stare succedendo davvero a lei, che però la condurrà alla diagnosi: sclerosi multipla. Mannocchi si trova a dover affrontare un mondo che fino a quel momento le era estraneo, quello della malattia, degli ospedali e degli esami cui seguono attese fatte di speranze e paure.
“Bianco è il colore del danno” (Einaudi, 2021) è un libro che parla certo di accadimenti, ma più che altro descrive i sentimenti, i vissuti, le emozioni di Francesca Mannocchi e di chi le sta accanto. Si parla del rapporto con i genitori, che senza dubbio amano la figlia, che le sono sempre vicini, ma non riescono a farlo nel modo in cui lei avrebbe bisogno; non riescono a nominare esplicitamente la malattia, a chiederle come la sta vivendo, quasi che il non nominarla non la facesse esistere.
Un libro che fa pensare, in cui la scrittrice-protagonista non nasconde nulla, la fatica di essere una mamma malata, disabile, la paura di non riuscire a accudire Pietro come vorrebbe, Pietro che negli anni imparerà a chiamare in certe situazioni il papà e non la mamma.
Ancora più coinvolgente è il rapporto che Mannocchi ha con l’avvenimento che l’ha resa madre, quella gravidanza che, secondo i medici, con ogni probabilità ha scatenato una malattia fino a quel momento latente. Da qui, le domande laceranti: se non ci fosse stato Pietro, non si sarebbe ammalata? La sclerosi multipla avrebbe continuato a essere un “ospite” latente? Solo con un lungo percorso Mannocchi arriva a capire che Pietro e la malattia sono due parti di lei che, insieme, l’hanno resa la persona unica che è.
"Bianco è il colore del danno", Francesca Mannocchi, Einaudi, 2021
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Francesca Mannocchi, dialoga con la scrittrice Nadia Terranova, nell'ambito della rassegna web “Sette meno dieci” promossa da Diffondiamo Idee di Valore, Conversazioni sul futuro, Io non l'ho interrotta e Coolclub.
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La disabilità "normale" di "The Pitt" |
"The Pitt" è una delle serie TV più interessanti degli ultimi mesi: un medical drama ambientato nel pronto soccorso di Pittsburgh, dove ogni puntata racconta un'ora di turno in tempo reale. Uno degli elementi più interessanti di questa serie è la rappresentazione della disabilità: medici in carrozzina, amputati, personaggi neurodivergenti. Non come simboli o lezioni morali, ma come persone normali alle prese con un lavoro difficile. Senza grandi rivelazioni, senza il peso della "rappresentazione". Solo personaggi ben scritti: raramente la televisione ha fatto qualcosa di più rivoluzionario.
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